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Intelligenza artificiale, Bonetti: 'Il vero rischio è accontentarsi'


A Wave by Vento, il fondatore di Vibe Generation mette in discussione la corsa alla produttività: se l’AI permette di fare in pochi minuti ciò che richiedeva mesi, per imprese e professionisti la sfida diventa alzare la qualità del lavoro. 

Nel dialogo con Adrian Fartade, anche una proposta per la competitività italiana. L’intelligenza artificiale rende più veloce produrre contenuti, analisi e prototipi. Ma fare prima non significa necessariamente fare meglio. 

È il rischio indicato da Paolo Bonetti, imprenditore digitale, intervenuto l’8 ottobre a Wave by Vento, alle OGR di Torino, per Vibe Generation, società del gruppo Hybrid Digital Consultancy, in un confronto con il divulgatore scientifico Adrian Fartade moderato da Beniamino Pagliaro, editor de la Repubblica. 

«In un solo clic o in un giorno possiamo fare ciò che prima richiedeva mesi o anni. Ma il vero rischio è accontentarsi: se possiamo raggiungere i nostri standard precedenti in pochi minuti, allora dobbiamo elevare i nostri standard. Dobbiamo creare con molta più cura, più qualità e mettere ciò che non è incluso nell’intelligenza artificiale: l’essere umano, il giudizio, la cultura e la ricerca di uno scopo (purpose)», ha dichiarato Bonetti. 

La questione riguarda direttamente le imprese. Se la tecnologia riduce il tempo necessario per arrivare a una prima soluzione, resta da decidere quali problemi valga la pena affrontare, quali risultati siano abbastanza buoni e dove investire il lavoro delle persone. 

Per Bonetti, il vantaggio non sta nell’aumentare indistintamente la produzione, ma nell’usare il tempo recuperato per migliorare ciò che si realizza. La proposta per l’Italia: competere su ciò che sa creare.

Da qui la proposta di una via italiana all’intelligenza artificiale. Invece di misurare la propria posizione soltanto sulla potenza dei modelli e sulla dimensione dei data center, l’Italia potrebbe valorizzare competenze radicate nel design, nella manifattura, nell’arte e nella cultura, mettendo strumenti sempre più accessibili al servizio di nuovi progetti. 

«Il ruolo dell’Italia non è necessariamente creare il modello di IA più grande o il data center più imponente, ma coltivare il più grande humus di talenti e fornire loro la leva dell’intelligenza artificiale per un nuovo Rinascimento», ha affermato Bonetti. 

Non è una contrapposizione alla ricerca tecnologica, ma un’indicazione di priorità: capire dove il Paese possa distinguersi, anziché limitarsi a rincorrere chi dispone di infrastrutture più grandi. Dal codice allo scopo: il confronto con Adrian Fartade Sul palco Bonetti ha presentato Vibe Generation, progetto che nasce dall’esperienza di Hybrid Digital Consultancy e si confronta con un cambiamento già visibile: grazie anche al cosiddetto vibe coding, persone senza una formazione da sviluppatore possono sperimentare soluzioni digitali attraverso il linguaggio naturale. 

L’accesso si amplia; la responsabilità di scegliere che cosa costruire resta umana. Fartade ha richiamato l’eolipila di Erone di Alessandria, una macchina a vapore conosciuta nell’antichità che non produsse allora una rivoluzione industriale perché non ne venne compreso il potenziale. 

Il suo esempio ha spostato il confronto dalla disponibilità di una tecnologia alla capacità di una società di immaginarne gli usi. «La nostra capacità di darci e inventare uno scopo è qualcosa di viscerale che ci definisce profondamente», ha osservato. Bonetti ha ricondotto il tema all’«Ibridocene», concetto sviluppato nel libro Dentro la Rivoluzione Artificiale per descrivere la convivenza tra intelligenza umana e artificiale. 

Il moderatore Pagliaro ha sollevato anche il tema delle regole per gli agenti AI; Fartade ha insistito sulla necessità che le generazioni future conservino gli strumenti per contestare gli impieghi dannosi della tecnologia. Nel finale, Fartade ha mostrato frammenti di rocce lunari e marziane e ha lasciato cadere un meteorite nel palmo di Bonetti, invitandolo a esprimere un desiderio. Con quel gesto ha chiuso il proprio ragionamento: se esprimiamo desideri continuiamo a essere umani e, se continuiamo a essere umani, riusciremo a superare qualsiasi difficoltà ci troveremo davanti, come abbiamo sempre fatto nella storia. Dopo una discussione su ciò che le macchine possono fare, l’attenzione è tornata così su ciò che muove le persone a farlo.

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