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11 settembre 2001: quando la comunicazione raccontò una tragedia prima dell’era dei social


L'11 settembre 2001 non fu soltanto una tragedia che cambiò la storia contemporanea. Fu anche un evento che trasformò profondamente il modo di fare informazione. Quel giorno il mondo assistette quasi in diretta a ciò che stava accadendo a New York e Washington, attraverso la televisione. Internet era già presente, ma i social network non esistevano ancora. Oggi, a distanza di 25 anni, è interessante chiedersi come quella stessa tragedia sarebbe stata raccontata nell'epoca di Instagram, TikTok, X, Facebook e YouTube.

La televisione al centro dell'informazione

La mattina dell'11 settembre 2001 la televisione divenne rapidamente il principale punto di riferimento per milioni di persone.
Le immagini degli aerei, delle Torri Gemelle in fiamme, del fumo che si alzava su Manhattan e successivamente del crollo degli edifici entrarono nelle case di tutto il mondo.
Non esisteva ancora l'attuale ecosistema digitale fatto di smartphone, notifiche continue e social network. La televisione rappresentava quindi il principale strumento attraverso cui seguire l'evoluzione degli eventi.
Secondo una rilevazione del Pew Research Center realizzata nei giorni successivi agli attentati, l'80% degli utenti Internet statunitensi indicava la televisione come principale fonte di notizie sugli attacchi. Internet, pur mostrando già le proprie potenzialità, aveva ancora un ruolo prevalentemente complementare.
Era una comunicazione molto diversa da quella alla quale siamo abituati oggi.

Internet esisteva, ma non era ancora il mondo dei social

Nel 2001 Internet non era affatto quello che conosciamo oggi.
Non c'erano Facebook, nato nel 2004, né YouTube, arrivato nel 2005, né Twitter/X, Instagram o TikTok. Non esisteva lo smartphone come strumento quotidiano di produzione e distribuzione immediata delle notizie.
Eppure proprio l'11 settembre rappresentò un momento importante nella storia del Web.
Le persone iniziarono a utilizzare Internet per cercare informazioni, comunicare con familiari e amici, condividere testimonianze e partecipare a forum e comunità online.
Nei primi giorni successivi agli attacchi, il 69% degli utenti Internet statunitensi utilizzò il Web per ottenere notizie e informazioni sugli attentati e sulle loro conseguenze.
Internet iniziava quindi a mostrare una caratteristica che sarebbe diventata fondamentale negli anni successivi: la possibilità di creare uno spazio nel quale informazione e comunicazione personale potevano convivere.

Quando il Web diventò anche un luogo di testimonianza

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la nascita di una forma ancora embrionale di giornalismo partecipativo.
Blog, forum e siti personali iniziarono a raccogliere testimonianze, fotografie, commenti e informazioni provenienti direttamente dagli utenti.
Secondo un'analisi pubblicata dal Pew Internet Project nel 2002, gli attentati generarono un traffico senza precedenti sui principali siti di informazione dell'epoca e diedero maggiore visibilità al cosiddetto "do-it-yourself journalism", cioè alla produzione e raccolta di informazioni da parte degli stessi utenti.
Era il primo segnale di una trasformazione che negli anni successivi avrebbe portato alla nascita del citizen journalism e, con i social network, alla comunicazione in tempo reale.

Il telefono, la televisione e il Web: una rete ancora analogica

La comunicazione dell'11 settembre fu caratterizzata da una forte integrazione tra mezzi diversi.
La televisione raccontava gli eventi.
Il telefono permetteva di cercare familiari e amici.
Internet offriva un canale alternativo per ottenere informazioni e comunicare.
Ma quella rete era ancora lontana dall'ecosistema permanente nel quale viviamo oggi.
Il Pew Research Center rilevò che il 63% degli americani aveva telefonato a un familiare nei giorni successivi agli attentati e il 55% aveva chiamato un amico. Allo stesso tempo, forum, chat ed e-mail diventarono luoghi nei quali condividere dolore, paura, informazioni e opinioni.

E se l'11 settembre fosse accaduto nell'epoca di Instagram e TikTok?

È una domanda inevitabilmente ipotetica, ma interessante dal punto di vista della comunicazione.
Se gli attentati fossero avvenuti nell'epoca degli smartphone e dei social network, probabilmente il flusso informativo sarebbe stato molto più rapido e frammentato.
Avremmo avuto fotografie e video pubblicati dagli stessi cittadini presenti a New York. Testimonianze in tempo reale. Dirette video. Hashtag capaci di raccogliere milioni di messaggi. Notifiche continue. Mappe digitali. Video verticali e contenuti condivisi in pochi secondi.
Ma insieme alle informazioni verificate sarebbero potute circolare anche immagini fuori contesto, contenuti manipolati, voci non confermate e disinformazione.
La velocità avrebbe rappresentato contemporaneamente una straordinaria risorsa e un enorme problema.

Il rischio della sovrabbondanza informativa

Nel 2001 il problema principale era, in molti casi, riuscire ad accedere alle informazioni.
I siti di grandi testate giornalistiche furono sottoposti a una pressione enorme. Secondo il Pew Internet Project, il traffico verso alcuni grandi siti di informazione aumentò in maniera eccezionale nei giorni immediatamente successivi agli attentati.
Oggi lo scenario sarebbe quasi opposto: il problema sarebbe probabilmente quello di gestire una quantità enorme di informazioni.
Non sarebbe necessario aspettare il telegiornale per conoscere gli aggiornamenti. Le notizie arriverebbero continuamente sullo smartphone.
La vera difficoltà diventerebbe capire quali informazioni sono attendibili.

Dalla diretta televisiva alla diretta permanente

L'11 settembre rappresentò uno dei momenti più potenti della storia della televisione proprio perché milioni di persone si trovarono davanti a immagini che sembravano svolgersi in tempo reale.
Oggi siamo abituati alla diretta permanente.
Ogni evento può essere trasmesso attraverso smartphone, piattaforme video e social network. Il confine tra testimone e produttore di contenuti è diventato molto più sottile.
Questa trasformazione ha cambiato anche il giornalismo.
Il professionista dell'informazione non è più necessariamente il primo a trovarsi sulla scena: può ricevere in pochi secondi fotografie e video realizzati dai cittadini.
Ma proprio per questo diventa ancora più importante verificare ciò che viene pubblicato.

Le immagini che diventano memoria collettiva

Una delle eredità comunicative dell'11 settembre riguarda il potere delle immagini.
Le fotografie delle Torri Gemelle, delle persone in fuga, della nube di polvere e dei soccorritori sono diventate parte della memoria collettiva.
Ma raccontare una tragedia significa anche confrontarsi con una responsabilità etica: decidere quali immagini mostrare, quante volte riproporle e in quale contesto.
Nell'epoca dei social questa responsabilità sarebbe ancora più complessa, perché un'immagine potrebbe diventare virale in pochi minuti e sfuggire completamente al controllo di chi l'ha pubblicata.

L'11 settembre e la trasformazione del giornalismo

Gli attentati ebbero conseguenze anche sul modo di raccontare le notizie negli anni successivi.
Le analisi del Pew Research Center hanno evidenziato, nel periodo successivo al 2001, una maggiore attenzione dei telegiornali americani alla politica estera e ai conflitti internazionali.
Ma la trasformazione più ampia fu quella prodotta dall'accelerazione digitale.
L'11 settembre mostrò quanto il Web potesse diventare importante durante una crisi globale. Le grandi emergenze degli anni successivi avrebbero poi sviluppato ulteriormente questo modello, fino ad arrivare alla comunicazione in tempo reale dei social network.

Dal 2001 al 2026: è cambiato tutto, tranne il bisogno di sapere

A distanza di 25 anni, la tecnologia della comunicazione è cambiata radicalmente.
Nel 2001 milioni di persone guardavano la televisione per cercare di comprendere cosa stesse accadendo.
Nel 2026 milioni di persone potrebbero ricevere la stessa notizia attraverso smartphone, social network, piattaforme video e sistemi basati sull'intelligenza artificiale.
È cambiata la velocità.
È cambiato il numero di soggetti che possono produrre informazioni.
È cambiato il rapporto tra giornalisti e pubblico.
Ma non è cambiato il bisogno fondamentale: capire cosa sta accadendo e trovare un modo per raccontarlo.
L'11 settembre ci ricorda quindi anche questo: ogni rivoluzione tecnologica modifica gli strumenti della comunicazione, ma non cancella la responsabilità di chi informa.
Perché davanti a una tragedia, ieri come oggi, la prima esigenza non dovrebbe essere arrivare per forza primi.
Dovrebbe essere raccontare la verità con accuratezza, rispetto e umanità.

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