FRANCESCO CARACCIOLO - La mia disamina verte in maniera specifica sul ricco e variegato panorama della pittura in Terra d'Otranto (Puglia) nei secoli XVII e XVIII (ambito di cui mi sono occupato a più riprese relativamente all'inquadramento storico-artistico dell'arte in Italia meridionale, soprattutto nei periodi storici del viceregno spagnolo e, più specificatamente, del regno borbonico).
L'argomento è assai stimolante, ma allo stesso tempo richiede maggiore spazio e vari "step" da raggiungere prima di esaurirlo del tutto. Tuttavia, lo scrivente focalizzerà l'attenzione segnatamente sugli aspetti più significativi di tale fioritura che seguirà la pittura nelle "Puglie" nella fase compresa tra la Controriforma e il tardo Barocco.
Partirei da Fra Angelo da Copertino (1609-1685), religioso e pittore attivo in Terra d'Otranto, considerato tra i più significativi esponenti della scuola pittorica pugliese nel corso del Seicento. L'artista salentino scelse innanzitutto la vita religiosa e contemplativa, entrando nel noviziato dei Cappuccini nel 1628.
La sua pittura si inserisce nell'ambito dell'arte controriformata, ma essa non è esente del tutto da altre influenze, quali il Caravaggismo, il Barocco napoletano, nonché la pittura veneta ed emiliana.
Di Fra Angelo si perderanno le tracce per oltre un secolo, fino a quando verrà nuovamente riscoperto da alcuni storici e studiosi locali, i quali misero in evidenza la notevole pregnanza dal punto di vista storico-artistico e l'influenza su tutta la pittura pugliese che egli esercitò durante tutto il periodo barocco.
In questa sede analizzerò, per motivi di brevità, solamente due opere del frate-artista pugliese, per meglio evidenziare ed enucleare quelli che costituiscono i tratti stilistici, linguistici e cromatici dell'arte di Fra Angelo.
La prima pala d'altare in esame impressiona oltremodo per il singolare affollamento delle figure e persino per il suo cromatismo acceso, nonostante la presenza sullo sfondo di un cielo plumbeo attraversato da nubi cariche di pioggia, mentre nel registro superiore le figure sacre sono rischiarate da un bagliore di indescrivibile trascendenza.
L'opera è intitolata "Regina Martyrum" o "Vergine Regina dei Martiri", eseguita da Fra Angelo da Copertino nel 1655 e conservata nella Chiesa Matrice di Copertino (Lecce).
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| (Fig. 1 - Fra Angelo da Copertino, Vergine Regina dei Martiri, chiesa matrice di Copertino) |
Essa si sviluppa su due registri sovrapposti, con la Madonna col Bambino nella parte superiore, circondata da una schiera di numerosi santi martiri, molti dei quali recano in mano la palma del martirio. Nella parte inferiore compaiono San Sebastiano e Sant'Irene, mentre San Francesco d'Assisi allarga le braccia e rivolge lo sguardo amorevole verso le anime del Purgatorio, intercedendo per loro. Le anime purganti tendono le braccia verso la luce divina in cerca di redenzione.
L'iscrizione, in basso a destra, recita:
F. ANGELUS A CAPURTIO CAPUCINUS A.D. 1655
Altrettanto rimarchevole è il secondo dipinto qui preso in esame: il San Girolamo morente (o L'Ultima Comunione di San Girolamo), conservato nella Cattedrale di Nardò.
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| (Fig. 2 - Fra Angelo da Copertino, San Girolamo morente, cattedrale di Nardò) |
L'opera è più tarda rispetto alla pala di Copertino e risale al 1668.
Qui San Girolamo, santo eremita e Dottore della Chiesa, riceve l'ostia consacrata da un sacerdote che indossa la stola e tiene in mano la pisside. Alla sua destra un frate cappuccino regge una candela accesa per rischiarare la scena.
Quest'ultimo dettaglio iconografico costituisce una chiara citazione di Caravaggio che, nelle Sette opere di misericordia di Napoli, raffigura un giovane chierico con una torcia accesa.
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| (Fig. 3 - Caravaggio, Le sette opere di misericordia, Napoli, chiesa del Pio Monte della Misericordia) |
Il dipinto di Fra Angelo da Copertino indugia nella raffigurazione di elementi simbolici e iconografici riconducibili all'immagine di San Girolamo, soggetto molto praticato nella pittura seicentesca come Dottore della Chiesa, eremita e santo penitente.
In basso a destra un angelo inginocchiato regge un vaso con gli oli santi; in alto due putti alati sorvolano la scena; sullo sfondo si intravedono un Crocifisso e un anfratto roccioso.
In basso a sinistra compaiono invece i classici attributi iconografici del santo: il leone; il libro aperto (la traduzione della Vulgata); il teschio, simbolo di penitenza e memento mori.
In quest'ultimo dipinto si ravvisano influenze bolognesi che ricordano le ricche composizioni d'altare del Domenichino e dei Carracci, ma anche riferimenti alla pittura napoletana di età barocca, nonché un certo naturalismo di stampo caravaggesco, qui reso con una vena popolaresca secondo la personale interpretazione dell'autore.
L'opera non è esente neppure da accenti controriformati e pietistici, riconducibili alla formazione francescana del pittore salentino.
Fonti
Enciclopedia Treccani
Notizie storiche sulla Terra d'Otranto
Wikipedia




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