FILIPPO GIGANTE - Ci sono libri che raccontano una carriera. E poi ci sono libri che provano a entrare nel luogo più misterioso e più autentico di un’artista: le sue canzoni. “Mina è. Le storie dentro le canzoni”, firmato da Renato Tortarolo e Gabriele Sanlazzaro e pubblicato da Rizzoli, appartiene a questa seconda categoria. Non è una semplice raccolta di aneddoti, né un repertorio ordinato di successi. È, piuttosto, un viaggio dentro un universo sonoro, emotivo e culturale che continua a parlare al presente.
Il titolo, essenziale e definitivo, sembra già contenere una dichiarazione: Mina non “fu”, non “è stata”, non appartiene soltanto alla memoria. Mina è. È ancora voce, presenza, stile, misura, vertigine interpretativa. È una forma di intelligenza musicale che attraversa il tempo senza consumarsi. Ed è proprio questa permanenza, questa capacità di restare viva anche nell’assenza pubblica, il cuore più affascinante del libro.
Tortarolo e Sanlazzaro scelgono una via precisa: raccontare Mina attraverso le canzoni. Duecento brani diventano così altrettante porte d’accesso a un percorso artistico immenso, fatto di intuizioni, incontri, svolte, rischi, scelte di repertorio, collaborazioni e trasformazioni. Ogni canzone non viene trattata come un oggetto chiuso, da archiviare nella memoria dei fan, ma come una pagina viva: qualcosa che nasce in un contesto, intercetta un’epoca, incontra una voce e, grazie a quella voce, cambia natura.
È qui che il libro trova la sua forza. Perché Mina, più di ogni altra interprete italiana, ha dimostrato che cantare non significa semplicemente eseguire. Cantare, nel suo caso, significa abitare una canzone, spostarne il baricentro, darle un corpo nuovo. Anche quando affronta brani già noti, anche quando si misura con autori e mondi musicali lontani tra loro, Mina non si limita a “fare una versione”: imprime una visione. La sua voce diventa uno strumento critico, emotivo, narrativo. Non accompagna il testo: lo interroga. Non illustra la melodia: la accende.
“MINA È” invita dunque a riascoltare. Ed è forse questo il suo merito più grande. Dopo aver attraversato le sue pagine, viene voglia di tornare ai dischi non con nostalgia, ma con attenzione rinnovata. Si scopre che dietro una frase cantata, un respiro, una pausa, una scelta di tono o di arrangiamento, può nascondersi un frammento di storia. Storia musicale, certo, ma anche storia italiana: sentimentale, sociale, televisiva, culturale.
Nelle canzoni di Mina passa un Paese che cambia. Passano gli anni del bianco e nero e quelli della modernità pop. Passano le trasformazioni del costume, dell’amore, del linguaggio, dell’identità femminile. Passa l’Italia che si commuove, si contraddice, si emancipa, si riconosce. E Mina, pur sottraendosi progressivamente alla scena pubblica, resta paradossalmente una delle presenze più nitide del nostro immaginario. Non c’è bisogno di vederla per sentirla. Non c’è bisogno che spieghi se stessa: le canzoni parlano.
Durante il confronto con gli autori emerge proprio questo punto: Mina si racconta senza raccontarsi. Lo fa scegliendo cosa cantare, come cantarlo, quando spingersi oltre, quando trattenere, quando sorprendere. La sua biografia non è soltanto nei fatti noti, ma nelle interpretazioni. È nel modo in cui attraversa l’amore, la solitudine, l’ironia, la passione, il dolore, la libertà. È nella capacità di far sembrare naturale ciò che, in realtà, è frutto di una padronanza assoluta.
Il libro di Tortarolo e Sanlazzaro funziona perché non tenta di spiegare Mina fino in fondo. Sarebbe impossibile, forse perfino sbagliato. Preferisce avvicinarsi al mistero senza dissiparlo. Le canzoni diventano indizi, mappe, specchi. A volte raccontano il contesto in cui sono nate; altre volte rivelano incontri decisivi; altre ancora mostrano quanto Mina abbia saputo leggere gli autori, anticipare sensibilità, trasformare materiali apparentemente distanti in qualcosa di profondamente suo.
Ne viene fuori il ritratto di un’artista libera. Libera nei repertori, nelle collaborazioni, nelle scelte estetiche. Libera anche dal bisogno di appartenere a una sola definizione. Mina è popolare e sofisticata, carnale e astratta, teatrale e misuratissima, italiana e internazionale. Può essere diva e artigiana, icona e voce da ascoltare al buio. Può stare dentro la tradizione e, nello stesso gesto, superarla.
La lettura di “MINA È” è quindi consigliata non soltanto agli appassionati più fedeli, ma anche a chi vuole capire perché certe canzoni resistono al tempo. Perché non basta che un brano sia bello: deve trovare qualcuno capace di rivelarlo. Mina ha fatto questo per decenni. Ha dato alle canzoni una seconda vita, spesso definitiva. Le ha rese più grandi, più ambigue, più profonde, più nostre.
In un’epoca in cui tutto viene consumato velocemente, questo libro compie un gesto prezioso: rallenta l’ascolto. Ci ricorda che una canzone può essere una piccola forma di letteratura emotiva, una scena teatrale in pochi minuti, un documento storico, un atto di stile, una confessione mascherata. E ci ricorda che la voce di Mina continua a essere un luogo in cui generazioni diverse possono incontrarsi.
Alla fine resta una sensazione netta: “MINA È” non è solo un libro su Mina. È un invito a rientrare nelle sue canzoni con più consapevolezza, a riconoscere in esse non soltanto melodie memorabili, ma pensiero, scelta, visione. Perché il segreto di Mina, forse, è proprio questo: continuare a parlarci senza mai imporsi, restare nel tempo senza inseguirlo, trasformare ogni brano in una possibilità di verità. Mina è. E continua a essere.

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