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Intervista ad Annamaria Natalicchio, giornalista e addetto stampa: 'Raccontare il Sud oggi è un atto di giustizia narrativa'


DANIELE MARTINI - Prosegue il nostro viaggio nel mondo della comunicazione nel Sud Italia. Un territorio ricco di contraddizioni, sfide e opportunità, dove il modo di fare informazione e costruire relazioni con il pubblico sta cambiando rapidamente tra trasformazione digitale, nuovi linguaggi e mutamento delle abitudini mediatiche.

Per approfondire questo scenario abbiamo intervistato Annamaria Natalicchio, giornalista e addetta stampa impegnata in realtà culturali, sportive e fashion come Palazzo delle Arti Beltrani, Nugnes e FIDAL Puglia.

Figura poliedrica e profondamente legata al territorio, Natalicchio unisce una solida formazione giornalistica a una visione moderna della comunicazione, capace di coniugare informazione, storytelling e brand journalism. Il suo approccio è diretto, autorevole e fortemente umano: una voce che racconta il Sud senza stereotipi, mettendone in luce competenze, cultura e innovazione.

D. Il tuo percorso professionale attraversa ambiti diversi: cultura, eventi e sport. Come si è evoluto il tuo approccio alla comunicazione nel tempo?

R. Il mio approccio è passato dalla comunicazione unidirezionale (il classico comunicato stampa) a una comunicazione relazionale e integrata. Se all'inizio il focus era "diffondere una notizia", oggi è "costruire un ecosistema". Con l'avvento del digitale, ho imparato a far dialogare la carta stampata con il real-time del web e dei social, trasformando ogni evento in un’esperienza narrativa che vive prima, durante e dopo.

D. Quali sono, secondo te, le principali differenze tra comunicare al Sud e in altre aree d’Italia?

R. Al Sud la comunicazione è intrinsecamente legata all'empatia e alla relazione interpersonale. Se in altre aree d'Italia prevale spesso la logica dell'efficienza procedurale, qui il valore del contatto, l’autorevolezza di chi porge i contenuti e la fiducia sono i veri acceleratori, anche se anche qui sta cambiando, ma io non abdico al contatto umano. Comunicare al Sud significa anche saper scardinare i pregiudizi e scontrarsi con il mondo dei media (quotidiani, TV, ecc…), che è essenzialmente maschile e anche âgé. Talvolta questo ambiente si rivela segnatamente misogino e arroccato nel proprio "circolo Pickwick": un sistema chiuso che consente ai suoi membri di non voler vedere oltre, preservando così il proprio regno. Quello che non tollero è che non si consenta ai giovani di emergere, non li si aiuti. Gli spazi e anche gli interstizi di quegli stessi spazi sono sempre tutti occupati e sempre dai soliti!

D. Quanto pesa il legame con il territorio nella costruzione di una strategia comunicativa efficace?

R. Il territorio non è lo sfondo, è il protagonista. Una strategia efficace non può essere calata dall'alto; deve respirare il genius loci. Senza radici, la comunicazione è marketing sterile; con le radici, diventa identità. Per me, conoscere il tessuto sociale e istituzionale della Puglia è il vantaggio competitivo che permette di rendere credibile ogni progetto.

D. Tra le realtà che porti avanti c'è Palazzo delle Arti Beltrani a Trani. In che modo una realtà come questa può diventare un motore di narrazione positiva per la perla dell’Adriatico e per la Puglia in generale?

R. Palazzo Beltrani non è solo un contenitore di collezioni, mostre, di spettacoli, ma un hub culturale che vive di emozioni grazie a coloro che lo frequentano e lo abitano, staff incluso. Può diventare un motore di narrazione positiva agendo come "faro": se noi raccontiamo la bellezza e lo spessore culturale delle nostre attività, proiettiamo all'esterno l'immagine di una Trani colta, internazionale e dinamica. È la dimostrazione che il Sud sa gestire la cultura con standard d'eccellenza. Palazzo delle Arti Beltrani rappresenta il centro culturale polifunzionale della città di Trani e fa parte della Rete delle Culture, che associa Enti del Terzo Settore che operano nell’ambito culturale e sociale. Riconosciuta con Decreto Direttoriale del Ministero del Lavoro del 17 ottobre 2025, la Rete delle Culture è l’unica rete nazionale delle organizzazioni culturali.

D. Come si può coinvolgere un pubblico giovane nella fruizione culturale attraverso la comunicazione?

R. Per i giovani serve autenticità. Non si lasciano convincere dalla comunicazione istituzionale polverosa. Bisogna usare linguaggi visivi immediati, coinvolgerli attraverso contenuti behind-the-scenes e, soprattutto, renderli co-creatori dell'evento culturale, non semplici spettatori passivi.

D. Il ruolo dell’addetto stampa è cambiato molto negli ultimi anni: quali sono oggi le sfide principali?

R. Oggi la sfida è la disintermediazione. Chiunque può pubblicare una notizia, ma non tutti sanno verificarla o contestualizzarla. L'addetto stampa moderno non deve solo produrre contenuti per i media, ma deve essere garante di autorevolezza, capace di gestire crisi reputazionali in tempo reale e di filtrare il rumore di fondo dei social.

D. Lavori anche per Nugnes e quindi nel campo della moda. Come si costruisce, secondo te, una relazione efficace con giornalisti e influencer del territorio?

R. Nel settore moda, e con una realtà prestigiosa come Nugnes, la chiave è l'esclusività dell'esperienza. Con i giornalisti serve precisione e angoli d'attacco originali (il "case history" per esempio); con gli influencer serve creare un legame emozionale con il brand. Non si tratta di inviare un semplice invito, ma di farli sentire parte di un racconto di stile che ha radici profonde nel territorio.

D. Lavorando anche con FIDAL Puglia, che differenze hai riscontrato tra comunicare lo sport e la cultura?

R. Lo sport è adrenalina e dato oggettivo: la comunicazione è rapida, legata al risultato e alla prestazione. La cultura è introspezione e suggestione: richiede tempi più lunghi e una narrazione più densa. Tuttavia, entrambi hanno un obiettivo comune: la creazione di una comunità che condivide valori forti. Cultura, musica e spettacolo sono il mio habitat da oltre 15 anni, ma la mia penna non conosce confini. Mi hanno insegnato, infatti, che il giornalismo non ha compartimenti stagni. Cresciuta con la consapevolezza che un giornalista debba saper scrivere di tutto, mi muovo con agilità tra costume, spettacolo, cronaca bianca, sport e sociale. Che si tratti dell'adrenalina di un campo sportivo, delle sfumature del costume o della realtà della cronaca bianca, porto con me la lezione più importante del mio mentore: la capacità di saper raccontare ogni aspetto del mondo, perché ogni storia, a prescindere dal settore, merita di essere scritta con professionalità. Poliedricità, studio, labor limae e curiosità sono la mia firma.

D. Che tipo di linguaggio funziona di più per avvicinare le persone allo sport nel Sud?

R. Funziona il linguaggio dell'appartenenza e del riscatto. Lo sport al sud è spesso visto come una sfida contro i limiti, contro la carenza delle strutture, un modo per dimostrare il proprio valore. Bisogna parlare di sacrificio, di talento e, soprattutto, dell'importanza sociale del campo come luogo di aggregazione e legalità. In questo la citazione di un gigante del nostro territorio come Pietro Mennea è eloquente. Il grande campione diceva "la fatica non è mai sprecata, soffri, ma sogni".

D. I social media hanno cambiato profondamente il modo di raccontare il territorio: quali piattaforme ritieni più efficaci oggi?

R. Dirò una cosa impopolare: i social hanno svilito la comunicazione pura. Sono d’accordo col grande massmediologo Umberto Eco quando sosteneva che le piattaforme social danno "diritto di parola a legioni di imbecilli", permettendo a persone poco informate di avere lo stesso rilievo mediatico di un Premio Nobel, eliminando il filtro che un tempo confinava tali opinioni ad un racconto da bar. È il cosiddetto effetto Dunning-Kruger. La semplificazione non sempre è vincente. Impegnato a combattere la banalizzazione e l'uso di un linguaggio vago o stereotipato, Italo Calvino (uno degli autori che amo di più), nelle sue "Lezioni Americane", sostiene che la precisione sia l'unico antidoto alla perdita di senso. Semplificare troppo, per lui, significa spesso usare parole "preconfezionate" che svuotano il pensiero. E sui social spesso si leggono post che sembrano sovrapponibili. Comunque, Instagram resta fondamentale per l'estetica e il racconto visivo della bellezza pugliese. TikTok è imbattibile per la narrazione dinamica e per intercettare i giovanissimi. Tuttavia, per le relazioni istituzionali e il brand journalism, LinkedIn è diventato lo strumento principe per accreditare la Puglia come distretto produttivo e culturale serio.

D. Quali trend vedi nel futuro della comunicazione territoriale?

R. Vedo un ritorno al "micro-storytelling": meno grandi proclami e più storie di persone, artigiani e innovatori locali. Inoltre, l'integrazione dell'Intelligenza Artificiale per personalizzare l'offerta turistico-culturale sarà un asset fondamentale per chi si occupa di promozione territoriale.

D. Cosa significa per te "raccontare il Sud" oggi?

R. Significa fare un atto di giustizia narrativa. Significa smettere di parlare solo di emergenze o di cartoline oleografiche e iniziare a raccontare la Puglia della competenza, dell'innovazione tecnologica, del design e della gestione manageriale della cultura. Raccontare il Sud oggi significa svelare una terra che non aspetta, ma agisce. Ho recentemente collaborato ai testi dell’edizione del volume "La Puglia che va" (I e II ed.), a cura di Confindustria Bari e BAT e TGR RAI e Rai Puglia. È incredibile il tessuto economico e industriale di questa regione operosa che è la Puglia!

D. Che consiglio daresti a un giovane che vuole lavorare nella comunicazione in Puglia?

R. Studiate tantissimo, ma non restate chiusi in ufficio. La comunicazione in Puglia si fa strada facendo, parlando con le persone, frequentando i teatri, le strutture sportive, le redazioni, vivendo, insomma. Tutto ciò che ho fatto nella mia vita, anche quello che apparentemente esulava dal lavoro meramente giornalistico, mi è tornato utile nella professione. Siate curiosi, entusiasti, siate onesti nel porgere i contenuti, perché diversamente la vostra comunicazione non funzionerà. Imparate a scrivere bene (il contenuto resta sovrano) e non abbiate paura di contaminare i generi. Non fatevi scoraggiare dai no. E soprattutto: abbiate l'orgoglio delle vostre radici, perché sono la vostra più grande risorsa.

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