ANTONIO SPERANZA - “Il carcere non può essere governato dalla legge del più forte. Davanti a detenuti che aggrediscono ripetutamente gli agenti, devastano le sezioni, minacciano e sopraffanno altri reclusi, non possiamo continuare semplicemente a spostare il problema da un istituto all’altro. Al ministro della Giustizia Carlo Nordio chiediamo un immediato cambio di passo: utilizzare pienamente gli strumenti già previsti dall’ordinamento e valutare concretamente la riapertura di Pianosa e Asinara, o comunque la realizzazione di strutture nazionali specializzate per la gestione dei detenuti ad altissima criticità”. È quanto afferma Domenico Mastrulli segretario generale del Sindacato di Polizia Penitenziaria (CoSP), intervenendo sul crescente fenomeno delle aggressioni e degli eventi critici provocati da una minoranza di detenuti particolarmente violenti e ingestibili.
“Non chiediamo leggi speciali, né una sospensione delle garanzie costituzionali – sottolinea Mastrulli –. Chiediamo semplicemente che lo Stato utilizzi fino in fondo gli strumenti che già possiede. L’articolo 14-bis dell’Ordinamento penitenziario consente il regime di sorveglianza particolare per chi compromette la sicurezza, turba l’ordine, usa violenza o minaccia. E l’articolo 32 del D.P.R. 230/2000 prevede la possibilità di assegnare ad appositi istituti o sezioni quei detenuti il cui comportamento richieda particolari cautele”. “Il problema – prosegue – è che queste norme rischiano di rimanere sulla carta se non esistono spazi adeguati e strutture realmente organizzate per applicarle. In un sistema sovraffollato, trasferire un detenuto violento da un carcere ordinario a un altro carcere ordinario significa spesso soltanto spostare l’incendio da una stanza all’altra”.
Il CoSP evidenzia come la gestione quotidiana dei detenuti violenti ricada pesantemente sulla Polizia Penitenziaria. “Oggi il poliziotto penitenziario – dice Mastrulli – affronta spesso aggressioni a mani nude. Non dispone ordinariamente di strumenti individuali non letali che consentano di interrompere a distanza un’aggressione. Deve avvicinarsi, esporsi fisicamente, bloccare e contenere il detenuto. Se l’aggressore è particolarmente robusto, alterato o insensibile al dolore, possono essere necessari diversi operatori. È così che un singolo detenuto può arrivare a ferire quattro, cinque o più poliziotti”. “E c’è un altro elemento che non possiamo ignorare – aggiunge il segretario generale del CoSP –: il crescente timore degli operatori per le conseguenze giudiziarie delle loro azioni. Ogni abuso deve essere perseguito, questo è fuori discussione. Ma non possiamo pretendere che un poliziotto, mentre viene aggredito o cerca di salvare un collega o un altro detenuto, debba contemporaneamente interrogarsi se l’intervento necessario e proporzionato per fermare la violenza potrà trasformarsi domani in un procedimento penale. Servono regole chiare, formazione, strumenti adeguati e certezza delle procedure”.
Il carcere non è un ospedale psichiatrico e la Polizia Penitenziaria non è personale sanitario”. Da qui la proposta di strutture nazionali specializzate, eventualmente anche in realtà insulari, progettate secondo criteri completamente diversi dal carcere ordinario: piccoli numeri, sezioni autonome, elevato rapporto agenti-detenuti, videosorveglianza moderna, sistemi elettronici di sicurezza, allarmi individuali, comunicazioni radio affidabili, personale appositamente formato, assistenza sanitaria e psichiatrica permanente, tecniche di de-escalation e addestramento operativo.

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